Paradise Lost Serenades

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Insufficienti i congiuntivi.
L’anima stolta reclama forte
un vacuo calore che non comprende.

Medicine spronate a forza in gola,
ed i sensi sbocciano come dicotiledoni sgargianti
intarsiati da fate di sangue verde.

Virtù declamate in piedi
nella perdizione monotona dello smog,
dipendente dai gas che crogiolano nei bronchi.

Il morire quotidiano alla stessa ora
e l’effetto stroboscopico della musica programmata,
spalancano finestre logore alla guerra dei mondi che ho dentro.

Apnea :

La brutalità stonata ed irritante di tastiere straziate da bimbi idioti, la violazione pseudo virginale di note stuprate da ignoranti. Composizioni scoordinate come il Re nudo ubriaco in piazza. Tonfi coperti da bassi falsi ed il rumore di ossa come fosse solo quello di bianchi piatti rotti tra i denti. Una valanga umana, insomma, di sangue e cartilagini vive. Gemiti coperti da applausi e preghiere sputate in faccia a dovere, per farti solo sentire in colpa. La morte coperta da un compulsivo cannibalismo di piazza, come fosse colpa di tutti gli altri tranne che di noi. Eroi. Il Re non è morto, è sparito. Vergogna. Se n’è andato via nudo. Perciò tutto va bene e tutti noi saremo allora sani e salvi. E santi come preti di paese.

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Trapela,
la luce di un pomeriggio quasi qualunque,
dalle imposte sbarrate.
E la polvere nata sui materassi della trascuratezza negli anni,
crea vortici e frattali volanti
per la gioia di chi non ha gli occhi bendati.
Cioè io.

Ohh, mia piccola dea fragile.
Cioè tu.
Alla tua età non te ne dovresti andare in giro sola.
Tra poco più di due minuti il cucù schioccherà con il becco le diciotto.
Il buio allora,
quello cattivo intendo,
non attenderà certo ore per farsi vedere.

Se colori col pensiero i denti della tigre nei toni pastello,
forse ti faranno meno paura.
E credimi,
te lo dico per esperienza.
Fa meno male se canti.

bp

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In una sera sospesa, ho chiuso nel frigo le pretese avanzate oggi.
Rammaricate oziose fate di polvere,
stipandole insieme ai vecchi rancori ed alla mattanza dei sentimenti.

Con unghie d’onice incido il nome Cibele sul dorso della mano.
Mentre nell’acquario,
tartarughe lontane da casa,
si scaldano alla luce rossa sui rami di Redwood.

Ingoio caramelle di Neodimio e prendo in braccio il cane lungo.
Lo fisso negli occhioni e scodinzola.
Gli chiedo allora la ricetta per essere felici.
“Dormiamo insieme?” mi sussurra

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Profumo atroce.
Chiodi di garofano come grani di rosario.
S’accoppiano con bucce arancioni di mandarino nel camino.
E scoppiettano tali quali a zanzare morte fritte,
dentro lampade blu elettriche.

Fuori l’acqua cade,
e lacca ombrelli eleganti che sbocciano cangianti in nuvole di gocce
che poi pronte esplodono all’unisono
sotto suole vecchie e nuove.
Ventiquattrore in pelle si sfilano l’un l’altra,
incrociandosi in sguardi di corsa sul nero oleoso dei marciapiedi
aspri come mele verdi.

“Esci dal freezer e vestiti, che poi usciamo.”
Parlo solo io
ed allora ci spremiamo in strada chiusi in una nuvola sospesa di umidità. “Reggimi il gioco stavolta”, le rammento.
“Quando entriamo in banca, fa finta di essere viva.”

Venti metri alla soglia.
Con la coda dell’occhio vedo i cervi di bronzo nel parco davanti al Museo
che sorridono biechi e fissano fissi il nulla eterno delle statue.
Stronzi presuntuosi.
Fatti di bronzo non siete buoni nemmeno per fertilizzare il parco.

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Con la bocca piena di ovatta sintetica
apro un occhio nella penombra malata.
Alba scappata. Niente cuscino.
E la faccia stampata su una bottiglia vuota di merda fortemente alcoolica.
La lampadina nuda pende ancora accesa dal soffitto greve e macchiato
che pare sospeso a venti centimetri dal letto.

Spalanco tutto lo spalancabile,
ma fuori è ancora peggio.
Rovescio il portacenere imprecando,
in pieno sul cuscino ai piedi del letto
Allungo una scarpata storpia alla principessa di stanotte.
Che se ne vada affanculo,
dove vuole, ma non qui.

Occhi gialli nello specchio.
Testa sotto al rubinetto.
Un gargarismo con la Vodka disinfetta.
E una camicia stropicciata da giorni,
mi prepara ad incontrare il solito schifo della mattina.
Lotta a denti scoperti nella preistorica metropoli schizofrenica.

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Chic & cool
come un cucciolo di gatto investito ed avvolto in pizzo e taffetà.
Truccalo sugli occhi sornioni ed assomiglierà a tua madre.
Pomeriggi di sole freddo,
domeniche spese in corse troppo brevi.
Maglioni blu orrendi e vetri rotti
come il fiato nella fuga dai cani a guardia della discarica delle auto.

Se il nome ti si incastrerà in gola
tu sputalo e ripetilo.
E’ solo un mantra malato, mantra malato, mantra malato.
Nella testa accoglilo.
Ed avvolgilo in un asciugamano verde chiaro
poi chiudilo con il nastro isolante.

Filo spinato,
grosse pistole cromate e cartelli girati al contrario.
Nei vecchi box di periferia
dadi bianchi e neri decidevano vinti e vincitori
come in un folle gioco dell’oca accelerato per mille.

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L’innocenza persa tra le spire di un serpente
mentre la malinconia abbandonata rotta
sospira ed aspetta in una pozzanghera lontana.

Una goccia di veleno di Cobra incastonata in un diamante.
Ed un lenzuolo strappato in un letto.
Contenta del tuo ritratto ?

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❤ A voi.

 

 

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