Patty’s restaurant Pt. 5 di ?

Patty ritornò ad essere parte del tempo solo con gli occhi. Luci forti in alto e gente vestita d’arancione. Non poteva muoversi. Nonostante la volontà di spostarsi ed il dolore che la ricacciava indietro. Era legata in una specie di nido disteso. Rumore di corsa in auto, rumore di sirene vicine.
Persone presenti, luci negli occhi, mani addosso. Una mummia sospesa.
Ambulanza. Dolore pulsante in basso. Gamba? Gambe. Quale?
Bocca secca e nausea forte. Si lamentò e si mosse.
Infermieri e necessità di un bagno.
Parlò, parlarono. Non si ricordava molto. Un volo improvviso e silenzio. Vogli di silenzio.
Cercò di rispondere alle loro domande fuori luogo, ma aveva voglia di dormire.
Confusione sonora in testa. Reti metalliche nella schiena. Dolore.
La testa arretrò ad anni addietro. Sua madre amava raccontarlo, come fosse un’impresa, a quasi tutti quelli che le venissero a tiro.
Patty a 8 anni con un braccio rotto per essere caduta su una palla da pallavolo. Patty che si guardava l’ulna sporgere nel sacchetto di pelle del braccio come fosse una piega da gomito in più. La nausea. La voglia di dormire.
Uguali. Come il dolore.
Arrivati in ospedale, corse sdraiata la corsa verso la radiologia. Ecco, i raggi. “Tornerò a casa con tre braccia”, pensò. Cercò con gli occhi qualche faccia amica. Ma era zero lei, come la possibilità.
Che a casa sua ci fosse qualcuno di vivo.
Fu invasa prima da una calma serena d’orfana con tutto il glossario delle giustificazione che non avrebbe mai dato ai suoi.
E poi fu invasa dal panico. Avrebbero cercato qualcosa laggiù? Avrebbero trovato qualcosa di strano intorno al sangue nascosto e stranito dei suoi?
Il silenzio pesava quanto l’incertezza e la voglia di essere divorata dalla notte.

Tante domande, tante parole inutili. Per una caduta. “I miei sono in vacanza”.
Tibia fratturata ed ematoma alla testa. Pagato il dazio delle ore bloccata in pronto soccorso e quello del gesso, se ne tornò a casa in ambulanza con la testa confusa. E la schiena. Ed una gamba bianca come gesso.
Era stata una bella giornata.
Ma ora lo capiva poco e male. Confusione mentale, antidolorifici e percorsi di kilometri tra ascensori e camici. Nuova realtà, forse.

esta

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